..true sport’s stories..

Ricordo ancora il maestro di italiano che alle elementari diceva per stigmatizzare l’inutilità dello sport: “cosa ci vedranno di entusiasmante in 22 scemi in mutande che corrono dietro ad un pallone?” Per fortuna ha fatto bene ciò che doveva fare, insegnare l’italiano appunto, senza cogliere molti consensi sull’altro versante. Sport ad ogni latitudine e longitudine, in ogni disciplina e genere per me significa emozione. C’è di più. Significa immedesimazione. Vestire i panni dell’eroe della domenica è la cosa più elementare (e mi scusi il maestro) che un apprendista sportivo possa fare trasformando l’oratorio, il canestro appeso al muro di casa ma perchè non la bocciofila del Circolo PostProstata di Trezzo D’Adda nel più gremito dei palazzetti, teatro della partita del secolo. Si comincia così solitamente, sfidando avversari immaginari, provando e riprovando quel gesto che l’idolo ripete con disinvoltura la domenica e scandendo con la voce da cronista sgamato la telecronaca di un match che esiste solo nella testa di chi lo sta giocando. Palla sul dischetto, folla che acclama, è il rigore che vale il mondiale…oppure attenzione, 10 secondi e palla in mano, il punteggio è in perfetta parità 9..8……3..attenzione crossover..2…1…..oooohhhh mmmmyyy gggooooddddnnneeesss…ogni sportivo od aspirante tale ha fatto questo giochino.

Poi capita che il sogno si realizzi. Che la favola abbia, anche solo per un giorno, un lieto fine. In questo week end sportivamente adrenalinico in cui tre squadre a cui sono affezzionato (l’amore non posso toccarlo altrimenti è astinenza fino a Pasqua) hanno messo in fila tre prestazioni da urlo, le emozioni non sono mancate e nel gioco dell’immedesimazione ho gioito con tre personaggi tanto diversi quanto uguali che, da bambini, sono certo, hanno consumato le suole nel cortile di casa sperando un giorno di diventare ciò che oggi sono.

In ordine di tempo c’è una donna. Lei è Rossella Giorgi, libero della Pomì Casalmaggiore formazione che milita in serie A2. Divisa tra atletica e pallavolo sceglie la seconda non senza soffrire e contravvenendo al parere opposto della madre. Gioca come centrale in avvio e poi si sposta in banda ruolo nel quale scala le categorie regionali e nazionali dalla D alla B2 con annessa promozione in B1  ma che non le vale la, sperata, chiamata dalla serie A. Quel sogno coltivato da bambina ma che, con il passare degli anni (e qualche treno perso) pare essere ormai poco realizzabile. Nel 2005 inizia il suo percorso da libero tra Cadelbosco e Reggio Emilia società con cui disputa due ottimi campionati cullando il sogno del salto in serie A. Ci si mette di mezzo la scarsa professionalità di chi avrebbe dovuto fare i suoi interessi così all’apice della forma Ross deve fermarsi un anno vedendo sfilare l’ennesimo treno. Ricomincia dal Valdarno Volley, sempre in B1, conferma le ottime impressioni delle stagioni precedenti ma quando tutto sembra scritto per la riconferma ecco che il contratto salta e a Luglio si trova pressoché senza squadra. Arriva la chiamata di Casalmaggiore. Ecco la serie A2. Ross non ci pensa un minuto, accetta e inizia l’avventura alle spalle del libero titolare, un mostro sacro come Sara Paris. Il premio come miglior libero al Torneo Taverna certifica le sue qualità ma il ruolo è della Paris e non ci piove. Poi nella settimana prima del match di sabato con Loreto 2° in classifica la Paris si ammala di varicella. E’ il suo momento. La faccia non è delle più rilassate, le gambe forse un po’ tremano ma le braccia no. La Pomì vince 3-0…

Meno di ventiquattro ore dopo al PalaRadi la Vanoli Braga Cremona affronta la corazzata EA7 Milano, la mitica Olimpia dalle scarpette rosse. Sfida senza storia dite? Forse nessuno aveva fatto i conti con Jason Rich da Pensacola. Figlio di Ronnie ed Addie Rich è l’ultimo di 9 fratelli con i quali me lo immagino giocare nel cortile di casa che più di un’aia potrebbe realisticamente essere un campetto con tanto di 5 vs 5 col padre a sostegno dei figli piccoli e la madre arbitro. Talento ne ha a manate piene tanto che alla Dr. Phillips High School è in corso l’istruttoria per eleggerlo Santo Subito. Colleziona statistiche sensazionali (21.5 ppg., 4.5 apg e 2.9 apg) guidando la propria squadra per la prima volta da imbattuta al Metro Conference Championship. Diplomato nel 2004 e letteralmente corteggiato da più Atenei sceglie Florida State rispetto alle più blasonate Kentucky, Connecticut o Georgia Tech. Con i Seminoles non delude le aspettative chiudendo nei primi 25 di tutti i tempi dell’ateneo in oltre dieci statistiche. Sfumato il sogno Nba trova in Cantù il proprio destino. La formazione brianzola crede in lui ma ne viene ripagata solo in parte. Migra in Israele con le maglie di Maccabi Haifa e Jerusalem prima di tornare nel continente con la maglia di Ostenda. A gennaio una Vanoli in piena crisi ed in assoluta emergenza gli affida parte delle proprie speranze salvezza. J-Rich diventa il go to guy e nella vittoria probabilmente più prestigiosa della storia del sodalizio cremonese scrive il suo career high in serieA mettendo a referto 24 punti in faccia ai pluriproclamati compagni in maglia biancorossa…

Last but no the least lui, il capitano. Alessandro Del Piero. Basterebbe questo e tanti saluti. Da Padova alla Vecchia Signora un ragazzino che dalla squadra del paese dove la mamma lo voleva portiere per correre poco e ammalarsi ancora meno ad essere simbolo e bandiera di una delle società più importanti del mondo. Un’enfant prodige a cui bastano tre partite in serie A per mettere a segno il primo goal, e nel campionato successivo la consacrazione con tanto di goal da cineteca alla Fiorentina. La Juve di Lippi lo esalta vince scudetti coppe e diventa assoluto protagonista dell’Intercontinentale del ’97. Un suo goal riporta la Juve sul tetto del mondo. Tutto bene poi arriva il ’98. Al minuto ’92 di un disgraziato Juve-Udinese il ginocchio cede e Del Piero con lui. Crociato anteriore e posteriore andati, operazione negli States e 9 mesi di inattività. Ritorna l’anno dopo ma non è quello di prima. Molti lo danno per finito ed Ancelotti viene criticato per averlo proposto come titolare in tutte le 34 partite di campionato. Lui è un campione, si riprende più forte di tutto e tutti e con Lippi in panchina si mette al braccio la fascia di capitano portando per mano la signora allo scudetto nonostante la morte del padre cui dedica il goal segnato contro il Bari. Sembra la via del ritorno ai grandi palcoscenici, la Juve vince e si ferma ad 11 metri dal trono europeo. Capello lo relega in panchina, qualcuno pensa che sia “nuovamente finito” (compreso il sottoscritto, lo ammetto) ma Alex non si abbatte. Non si abbatte finchè la mannaia di calciopoli manda la Juve in B e mette “Pinturicchio” davanti ad un bivio. Prevale il cuore, segue la sua Juve all’inferno e ne risorge più forte di prima conquistando il titolo di capocannoniere della Serie A. Mica male per uno finito. Gli anni passano e Del Piero non è immortale. Conte ed il suo sistema di gioco fanno di Del Piero un comprimario che il campo lo vede sì, dalla panchina. Poi le favole sono fatte per il lieto fine e nel momento delicato della stagione, con due match di cartello in meno di una settimana ecco il suo momento. Alex si alza dalla panchina e gioca.  Purga prima il Milan poi l’Inter, le nemiche storiche, fa la linguaccia e poi si vedrà…nell’urlo di Piccinini “..lui non sbaglia..” c’è dentro un piccolo mondo ed una grande favola. La sua, come molte altre, fatta di lavoro, di fatica, di gratificazioni e delusioni. Tante sono quelle senza lieto fine ma per credere che ognuno possa vivere la propria servono storie come queste, storie che solo lo sport regala.

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..I PERSONAGGI DA “CODA”

Non c’è momento migliore dell’attesa in fila (qualsiasi fila) per scoprire i lati più comici dell’essere umano, sovrastato talvolta dalla necessità di aggirare l’ostacolo inevitabile pur di sentirsi di un altro livello. Già perchè spesso non è tanto il tempo che crede di risparmiare ad indurre l’homus furbensis ad inventare stratagemmi impensabili pur di guadagnare una posizione quanto il risultato, quasi divinatorio, che ne consegue. Come a dire: “voi, comuni mortali fate la fila, io dio del sorpasso smaliziato non sono fatto per queste cose”

LO SBADATO – Senza alcun dubbio la “filosofia da fila” con più adepti anche perchè può contare su un buon numero di rincoglioniti veri che ne seguono il dogma con naturale predisposizione. Lo vedi da lontano mentre finge di guardarsi intorno apprezzando la moquette del teatro, il culo della Milf con il carrello sovraccarico di bottiglie d’acqua, i centordici moduli prestampati di Poste Italiane. Arriva con la faccia da angioletto davanti allo sportello e con un tempismo sbalorditivo si insinua tra il cliente appena liquidato e il successivo sbriga le sue, solitamente interminabili, faccende e poi con aria mortificata guarda i novantaseimila stronzi che ha appena fregato pronunciando il classico: “oddio, eravate tutti in fila?” No, cretino, siamo ad un congresso sulle manifestazioni subdole della forfora e ci stavamo controllando l’un l’altro.

IL FURBO – Altra categoria che può annoverare miriadi di esemplari eterogenei ma omogeneamente odiosi ai quali la più tenera delle maledizioni che si recapitano, colpisce con malattie dolorose e irripetibili le generazioni sino alla settima. Generalmente si insinuano nel dubbio, classico della fila a imbuto, del “c’era prima lei?”. Consapevoli di essere arrivati successivamente si muovono come Michael Jackson per non dare nell’occhio e guadagnare centimetri preziosi e e fatalmente decisivi al traguardo. Se la fila è compressa allargano, sempre con la proverbiale, apparente staticità gomiti, ginocchia, organi genitali e tutto ciò che possa limitare lo spazio del concorrente diretto. Centrato l’obbiettivo, fingendo di guardare altrove, esibisce un ghigno soddisfatto per imporre la propria superiorità allo sconfitto.

“DEVO SOLO CHIEDERE UNA COSA VELOCE” – Un classico, di quelli come Via col vento che se anche fanno cagare la lacrimuccia la reclamano sempre. Arriva scapigliato e lì l’arte va riconosciuta, perchè solitamente non ha un cazzo da fare ma si mette in disordine per rendersi più credibile, mille carte o borse in mano (carte rigorosamente inutili, borse inesorabilmente vuote) se è poliedrico aggiunge anche un telefonino spento all’orecchio nel quale finge di parlare “guarda sono in coda devo sbrigare quella cosa là al più presto perchè tra 10 minuti ho appuntamento, altrimenti mi licenziano” – e già siamo vicini all’inchino – se poi è da oscar estrae il coupe de theatre:”scusate, sareste così gentili da lasciarmi passare? Devo solo ritirare l’accompagnamento per la mia cara nonnina immobilizzata a letto e se non lo faccio entro 5 minuti non posso comprarle il gelato che le piace tanto e in più mi licenziano (perchè?)”  (occhi dolci del gatto con gli stivali ). A tal punto le over 65 hanno già raccolto 15 mila euro in una colletta per la cara nonnina immobilizzata a letto, gli under non possono fare la figura degli insensibili, e il soggetto sosta mediamente dai 57 ai 142 minuti allo sportello chiedendo, ex multis, l’elenco completo dal 1942 ad oggi di tutte le pornodive passate dal biberon.

LO SMEMORATO – Puntualmente 4 o 5 posizioni davanti a noi, che sia la fila al botteghino, al supermercato o in posta lui ha sempre dimenticato qualcosa. L’esordio è sul velluto, della serie: “oddio ho dimenticato le melanzane – tutto tranquillo fin lì – mi tiene il posto?”. Torna con le melanzane, o chi per esse, e si ricorda di non aver spento il gas a casa – “mi tiene il posto?”, torna con un gatto in meno, asfissiato dal gas, ma con una dimenticanza in più – “oddio non ho la carta vantaggi…mi tiene il posto?” e mentre compila i 700 moduli fedeltà pensi di averla fatta franca di poterlo fregare sopravanzandolo anche tu come quelli prima di te,ma torna, e la cassiera inizia a batter la spesa, arriva circa a metà e lì il genio si impossessa di lui. “Oddio, ma sono al supermercato? Ma no, dovevo andare a prendere i vestiti per i bambini…I BAMBINI!!!!!Me li sono dimenticati a scuola…arrivo subito!!!!!!!!”…e mentre te la ridi per la surrealità della situazione, pensando che ormai sia il tuo turno la cassiera ti guarda con l’aria desolata e ti comunica: “signore deve aspettare che torni, non posso aprire un altro conto senza aver prima chiuso questo”.

IL PRECISINO – Il saccente è il pane delle relazioni umane perchè dove c’è lui si ride. Quelli che sanno tutto, qualsiasi argomento, qualsiasi periodo storico, qualsiasi congiunzione astrale loro lo sanno, e lo sanno meglio. In una situazione come quella della fila l’antropologia insegna che per necessità il saccente deve intavolare una conversazione futile che lo porti poi a dimostrare la propria superiorità al branco. Dato il contesto l’esordio solitamente è inerente al motivo per il quale ci si trova tutti nello stesso posto allo stesso momento. “Anche lei è qua per…ah, ma faccia vedere..eh no, questo non lo ritirano più, è uscita una legge della comunità europea che li vieta e non li ritirano più..” Cominci ad infastidirti, credi però che magari abbia ragione e voglia evitarti inutili attese, ma mentre te ne stai andando senti “faccia vedere? guardi che questo modulo è sbagliato” – “ma come, l’ho appena ritirato lì” – “ah ma son quelli vecchi, adesso se si presenta con quel modulo lì la mandano via”. Allora inizi a dubitare. “Faccia vedere? No, guardi che per quell’importo lì non può mica venire qua. Glielo dico perchè ho lavorato tanti anni come pulisci-cessi in autogrill e insomma, queste cose le conosco (ah sì?)”. “Faccia vedere, guardi se vuole evitare di entrare le faccio una diagnosi io di quello che ha. Secondo me è gonorrea, si vede dalle pupille dilatate, classico della gonorrea alla retina”. Lì sei quasi convinto, ma il colpo grosso arriva dopo. L’addetto richiama il saccente – “scusi, tocca a lei..” e lui..”ah no, a me non serve niente, io ero solo qui per curiosare…”

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Quelli che un giornalista sportivo…

Scrivere a mio modesto parere può annoverarsi tra le forme d’arte e farlo, per piacere, lavoro od obbligo non muta la sostanza quanto, al massimo, la valutazione. A casa mia scrivo ciò che voglio, lo posso fare bene o male, interessando o meno, sorprendendo o annoiando, se a qualcuno non piace mal che vada cambia canale. Quando scrivi ad uso e consumo di un lettore però, credo che tu debba dare qualcosa in più, o meglio avere qualcosa in più, soprattutto in ambito sportivo dove la cronaca sterile di una partita senza guizzi, fronzoli e metafore forzate, ha lo stesso appeal di Rosy Bindi. Fare informazione già, eterno monito che grava sulla coscienza dello scriba del 21mo secolo preoccupato talvolta più del quanto che del come debba dire le cose, senza curarsi del fatto che alla fine la differenza tra la mediocrità e l’eccellenza la si valuta più sul secondo aspetto che sul primo. Ecco perchè ogni volta che apro il giornale e decido di dedicare un po’ del mio tempo a quelle parole piccole piccole disposte ordinatamente in spazi a loro volta gerarchicamente ordinati e incastrati, cerco l’emozione e a farsi fottere le nozioni. Se poi ci sono entrambe tanto meglio. Godo sullo spunto geniale,  mi eccito sull’accostamento intuitivo e mai banale un po’ come il formaggio con le pere, vado in estasi, vinto dal gioco di parole di chi senza troppo ragionarci addosso, ha seguito l’istinto e la passione prima che la necessità.

Schiavi del whowherewhenwhatwhy, scrollatevi un po’ di dosso la rigidità degli schemi e divertitemi, perchè solo così mi comprerete (e non in senso economico, il giornale tanto lo leggo al bar) e pur immaginando che poco ve ne freghi del potermi avere, almeno fatelo per quella passione che vedo anima tutti quei giornalisti, o presunti tali, bravi nel voler sempre ricercare l’attacco sorprendente, la chiusura clamorosa, il coup de theatre.

Ho la fortuna di conoscerne alcuni, provo ammirazione verso altri che conosco solo per la firma in fondo al pezzo, e mi secca leggere di altri, ultimi tra cotanto senno, che credo, con quest’arte, abbiano poco a che fare.

A loro ricordo che “il giornalista ha un solo padrone: il lettore”.

 

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..FIND ME IN A NEW WAY..

Tutto cambia affinchè nulla cambi.

La massima Lampedusiana (forse oggi definirla Lampedusiana può trarre in inganno) mi è sempre stata cara, mi ha aiutato diverse volte quando, in mancanza di spunti, veniva comoda per dire tutto e niente. Stavolta calza, con questo trasferimento forzato, da un monolocale in disuso quale ormai era diventato il mio vecchio blog, a questo loft neofuturistico che mi sono ritrovato in mano quasi a costo zero e da arredare a piacere. Ricomincio da qui, dal tutto cambia per tornare là, all’affinchè nulla cambi, affinchè dunque, qualora l’ispirazione mi onorasse della sua presenza, io possa essere in grado di darle ricovero come meglio merita.

Partiamo dal nuovo, come questo, come tutte quelle cose che fino ad un secondo prima non c’erano, o si nascondevano bene e, da un momento all’altro si palesano, ti destabilizzano, ti rinnovano. Credo che a plasmare il nuovo ci siano sempre una componente traumatica ed una estatica. Per quanto estroverso e zingaro, anche il meno abitudinario degli esseri umani è fedele alle proprie certezze. Fosse anche solo quella di non averne una. Il cambiamento scompensa, riqualifica, destabilizza, in ogni sua forma e colore e la paura, anche se non ammessa, si insinua quasi fosse un passeggero a scrocco, in ogni fisionomia che la novità può assumere. Il mal d’aria di un nuovo viaggio, lo stomaco stretto del primo bacio, il callo della scarpa nuova. Stavo pensando anche alle paure della prima volta. Credo che già averla nominata riporti a galla i ricordi. Ognuno ha i propri e non serve altro.

Poi c’è l’estasi, e quella è la benzina del nuovo (sto periodo che la Tamoil mi assilla la benzina è un paragone che viene facile), il propellente, l’energia che permette al nuovo di farsi carico della paura e procedere, inesorabile, a prescindere dal risultato. C’è di bello che quel frizzantino che tutte le cose nuove si portano appresso ha una forza esplosiva capace di far fronte a macigni di paure, a zavorre di tensione, a elefanti (o pachidermi) di imbarazzo.

Questo è il mio NUOVO blog, è il frizzantino e l’unica paura che ho è che…

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